I rapporti tra Pubblico e Privato nel settore sociosanitario: quali scenari per il futuro?

photo-1512099053734-e6767b535838.jpegMettere in relazione l’evoluzione demografica a cui andiamo incontro coi servizi necessari per accompagnarla, induce a porsi diversi quesiti, come: quali condizioni di salute ci aspettano nei prossimi decenni? Attraverso quali servizi affrontare le nuove prospettive salutistiche e sociali? Ma soprattutto: chi  sarà in grado di produrli? Enti pubblici, privati?

Ecco come le riflessioni sui servizi alla persona, fra i vari orizzonti che aprono, conducono comunque alla domanda su chi sia il soggetto produttore ed erogatore dei servizi. E del rapporto fra Pubblico e Privato come – argomento emerso plurime volte anche nelle interviste fatte ai direttori di struttura – abbiamo parlato alla scorsa edizione del Meeting delle Professioni di Cura, all’interno di un tavolo di lavoro. Riportiamo oggi qualche risultato della discussione avvenuta in quella sede, anche per aprirci a nuovi scenari di riflessione che saranno presenti nella nuova edizione del Meeting 2019…

 

In Italia, come nella maggior parte delle nazioni occidentali, si sta assistendo al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione. Se ne parla da qualche tempo e non mancano indagini statistiche, proiezioni e studi approfonditi. Le cause del fenomeno sono molteplici e ognuna di queste comporta problemi diversi. In sintesi comunque si può dire che il fenomeno è principalmente legato a due fattori: la più alta speranza di vita e la certa diminuzione della fecondità.

Si osserva che entrambi i fattori nella seconda metà del Novecento hanno subito una variazione notevole. La speranza di vita è passata dai 66 anni del 1950 ai 77 nel 1995 e si stima a oltre 82 nel 2030, mentre il tasso di fecondità è sceso da 2,32 nascite per donna a 1,271. Le stime dell’ISTAT ipotizzano nei futuri decenni un aumento anche della percentuale di anziani rispetto al totale della popolazione con evidenti conseguenze economico-sociali.

Da queste considerazioni di tipo statistico e previsionale ha preso le mosse il dibattito al tavolo di lavoro del Meeting delle Professioni di Cura 2018, dedicato allo studio dei rapporti tra Pubblico e Privato nel settore sociosanitario. Al tavolo, coordinato da Franco Iurlaro (Direttore IPAB Luigi Mariutto, Mirano – VE) si sono seduti alcuni dirigenti di settore e un responsabile di Serenity, azienda sostenitrice dell’evento.

Più che sulle cause – che hanno un’importanza prevalentemente di tipo statistico – il confronto si è focalizzato sulle conseguenze principali del fenomeno. Tralasciando in quella sede il problema della sostenibilità del sistema pensionistico, il focus è ricaduto piuttosto sull’incidenza di esso sui bisogni di tipo sanitario e sociosanitario.

Interessa piuttosto sapere se l’offerta è pronta a sostenere la domanda e se i “prodotti” offerti sono confacenti ai bisogni espressi dalla popolazione.

Cosa dicono i dati ISTAT in proposito?

Il rapporto ISTAT pubblicato nel 2015 contiene i dati riguardanti i presidi sociosanitari e socio-assistenziali presenti in Italia. A tale data sono stati censiti 12.261 presidi residenziali, per un totale di 384.450 posti letto, pari a poco più di 6 per ogni 1000 residenti. Il dato medio nazionale nasconde però le forti differenze tra le diverse regioni (tabella 1).Schermata 2018-11-14 alle 12.30.31

Il disequilibrio territoriale a favore delle regioni del Nord è reso evidente soprattutto dal rapporto col numero degli abitanti. Si va dal 9 per mille di posti offerti al Nord  al 2,82 delle regioni del Sud. Il rapporto dell’ISTAT precisa che i presidi residenziali di cui s’è detto comprendono servizi differenti e molti di essi sono rivolti ai minori e agli adulti in difficoltà. Più precisamente, le unità che erogano servizi di natura anche sanitaria ad anziani ultra-sessantacinquenni sono poco più di ottomila per un totale di 285 mila posti letto. Nel rapporto si precisa poi che, nella maggior parte dei casi, queste unità di servizio forniscono un livello di assistenza sanitaria alto o medio alto a soggetti in condizioni di non autosufficienza, mentre meno del 20% delle strutture è dotata di un’assistenza sanitaria di un livello medio-basso e offre un servizio che può rispondere solo a bisogni di base.

E chi sono titolari e gestori dei servizi?

Il rapporto ISTAT dedica infine un intero capitolo alla natura giuridica dei titolari e dei gestori dei presidi residenziali. La tabella riporta la suddivisione degli enti titolari e indica anche la natura dell’ente gestore che può essere diverso (tabella 2).

Schermata 2018-11-14 alle 12.30.21

Subito si nota che solo nel caso del titolare pubblico c’è una percentuale importante di casi in cui la gestione è affidata ad altro ente. Il rapporto ISTAT analizza a fondo questo caso e precisa che il gestore, quando non è l’ente pubblico titolare, è nella quasi totalità dei casi un ente non profit. La conclusione, sempre ricavata dai dati ISTAT è che per il 64% la gestione dei presidi residenziali è affidata a organismi di natura privata.

Si osserva che l’attività sociosanitaria di sicuro è un servizio pubblico, infatti è prevista dalle norme nazionali e anche inserita nel DPCM 29 novembre 2001 che definisce i LEA, ovvero i livelli di assistenza che devono essere garantiti a tutti i cittadini. Tuttavia viene esercitata materialmente addirittura prevalentemente da aziende private, profit e non profit, legate al pubblico dalle norme sull’accreditamento.

Quali le cause e quali le prospettive?

Questa conclusione porta a riflettere sulle motivazioni che hanno spinto verso la direzione di privatizzare la gestione di un servizio di grande importanza per la salute di anziani e disabili. Tante possono essere le spiegazioni, dalla tradizionale presenza di molte istituzioni religiose, all’ingresso del privato profit per le possibilità di business offerte dal settore, per finire con la formidabile crescita della presenza delle cooperative.

Tradizione, affari e competitività sono le tre matrici della presenza del privato che si sta progressivamente conquistando le ultime porzioni del mercato, certo grazie alla qualità dell’offerta e alla competitività complessivamente valutata nel rapporto costo/qualità.  Ciò porterebbe a valutazioni negative sull’efficienza del pubblico che molte realtà d’eccellenza peraltro smentiscono.

Vale un principio universale: chi sa lavorare bene, con efficienza ed efficacia manterrà le posizioni; altri le perderanno a favore di chi meglio utilizza le risorse sempre scarse e tendenzialmente in decrescita.

 

Note:

1 Dati elaborati dal Centro Studi L. Einaudi e pubblicati in Biblioteca della libertà, in Michael D. Hurd, L’invecchiamento della popolazione. Conseguenze per l’individuo, la famiglia, la società.

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