I direttori si raccontano: intervista a Sergio Sgubin

Estate 2018. Intervista a Sergio Sgubin, Direttore di RSA Santa Sara di Milano; Responsabile Gestionale Coop. Quadrifoglio RSA Fondazione Martinelli di Cinisello Balsamo e Presidente Nazionale ANSDIPP

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Ringraziamo Sergio Sgubin per aver accettato di rispondere alle nostre domande sui grandi cambiamenti sociali che hanno influito sull’attività di assistenza ad anziani e disabili e sulle difficoltà, vecchie e nuove, che ogni giorno deve affrontare un direttore di struttura.

 

 

Nel settore dei servizi sociosanitari si sono verificati enormi cambiamenti dal 2000 a oggi. Quali sono i più rilevanti? Quali hanno inciso di più sulla dimensione professionale del direttore?

“Dal 2000 ad oggi è cambiato due volte il mondo del welfare, in diverse regioni in particolare, ma anche nello ‘Stato’. Le strutture di servizi alla persona si sono fortemente evolute, soprattutto dal punto di vista normativo, diventando spesso veri e propri ‘centri servizi’, catalizzatori di attività territoriali e di rete sociosanitaria. Sicuramente si è elevata in generale la qualità ‘fisica’ e anche erogativa dei servizi, con una maggiore consapevolezza della mission aziendale specifica. Altro elemento significativo è l’aumento delle strutture e dei posti letto, soprattutto al centro-nord ma anche in alcune regioni del centro-sud, con un progressivo e importante aumento dei soggetti erogatori di natura privata, no-profit e profit.

Evidentemente la figura del direttore (in alcuni casi del ‘segretario’), attraverso i cambiamenti avvenuti e in atto, è sempre più caratterizzata da una impronta – che è poi una esigenza – manageriale e meno da una necessità meramente burocratico/esecutiva. Spesso il direttore assume un ruolo propositivo per i CDA e gli organi di gestione diversi, come esperto conoscitore non solo dell’interno della struttura, ma dell’esterno e del mondo che le sta attorno (altre strutture, istituzioni, ecc…).  Si avverte un ulteriore rinnovato bisogno di direttori/manager che si mettano in gioco e portino un contributo sostanziale alla gestione e anche alla prospettiva strategica dell’azienda di riferimento, sia essa pubblica o privata. Non si può più pensare a direttori ‘a vita’ garantiti nello stesso posto e in attesa di pensione. La dinamicità del momento, i rischi, le incognite e le prospettive vogliono che vi sia a capo delle gestioni un direttore illuminato, preparato scolasticamente, con esperienza – e che si aggiorni costantemente –  con doti manageriali e anche talvolta imprenditoriali, permeato di etica professionale, fondamentale per il settore di riferimento.”

Che cosa pensi della Riforma del Terzo Settore?

“Come ANSDIPP abbiamo organizzato alcuni convegni in diverse regioni, portando come argomento la “Riforma del Terzo Settore”. Ho ascoltato esposizioni illustri e chiare sul tema e ho capito che vi è una certa complessità della Riforma, che presenta alcune parti oscure e ci pone di fronte all’incognita dell’Europa, che deve vagliare per competenza le parti sulla fiscalità. Come tutte le Riforme, è importante che venga correttamente declinata e che garantisca agli Enti interessati una chiarezza interpretativa, in particolare sulle scelte strategiche che dovranno essere fatte. Personalmente credo che la Riforma apra spazi e prospettive nuove, anche di consolidamento e di sfida, come ad esempio per le nuove ‘imprese sociali’.  Come tutti i grandi cambiamenti occorre tempo e un po’ di coraggio per non viverla come un problema, bensì come un’opportunità.”

Quale pensi sia il ruolo del privato profit nel medio termine?

“Credo che il mondo ‘privato’ sia oggettivamente una delle risposte – e non una mera alternativa – al mondo pubblico spesso in sofferenza – del quale vi sono anche diffuse eccellenze – e talvolta caratterizzato da sacche di inefficienza e di scarso impegno e/o spessore professionale dei dirigenti che lo popolano, in alcuni casi  auto-referenziati e più attenti al mantenimento del posto o dei privilegi, piuttosto che alla crescita collettiva.  Il ruolo del profit in particolare non va demonizzato, ma messo in rete anche per una sana concorrenza, magari favorendo un mix pubblico/privato.  Il pubblico istituzionale deve però vigilare sempre, attraverso regole chiare e precise, affinché vi sia un giusto equilibrio tra profitto, standard e livello di qualità assistenziale, al pari degli Enti non privati.”

Qual è il ruolo delle cooperative e come evolverà in futuro?

“Il mondo della Cooperazione, molto variegato, ha un ruolo significativo nel Welfare e credo lo manterrà, anche se vi sarà una fisiologica selezione che premierà le aziende intelligenti e dinamiche. Anche qua vi è la necessità di un cambio di mentalità verso la qualità, anche a costo di minor guadagno, sia per restare sul mercato ma anche per fornire reale supporto ai gestori che chiedono sempre più condizioni di partneriato e meno di mera esecuzione quantitativa a poco prezzo.

La Riforma del Terzo Settore ad esempio aiuta senza dubbio la Cooperazione che ha il vantaggio del minor costo del lavoro.”

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Non possiamo dimenticare la riforma delle IPAB e il loro definitivo superamento. In Regione Lombardia è stato completato il processo di rinnovamento, con quali esiti? Le attuali gestioni operano stabilmente e senza problemi particolari?  Si profilano nuove difficoltà?

“Credo che la Riforma delle IPAB in Lombardia sia un esempio che dovrebbero seguire anche altre Regioni rimaste indietro, pur con qualche neo. Vi sono state continue evoluzioni nel sistema, anche se vi sono evidenti difficoltà, soprattutto legate alla sostenibilità e alla copertura dei reali costi sanitari (attualmente a forfait). Altra evidenza negativa è stata l’eccessiva burocratizzazione del sistema reportistico, quello dei debiti informativi verso le ATS e la Regione stessa. Le strutture spesso, soprattutto in ambito amministrativo-sanitario, sono sovraccaricate di lavoro d’ufficio, il quale talvolta prevale a scapito dell’attività sugli assistiti. Nuove difficoltà ci potrebbero essere sulla tenuta economico-finanziaria ed organizzativa di diverse Strutture, se le stesse non si evolveranno in veri centri di servizi, catalizzatori capaci di erogare attività territoriali e servizi diversificati, anche in ambiti affini.”

Chiudiamo con un paio di domande legate alla tua funzione di Presidente nazionale di un’importante associazione di dirigenti del settore sociosanitario:

1) Nelle realtà pubbliche si registrano situazioni di preoccupazione dei dirigenti in carica? E nelle realtà private qual è il più grande assillo di un dirigente?

“Senza dubbio nelle regioni dove ancora permangono le IPAB come formula giuridica sono vive le preoccupazioni da parte dei segretari/direttori, i quali si trovano in situazioni confuse e meno ‘sicure’. D’altra parte, la reale preoccupazione è quella, spesso in voga, che vi sia uno spoil sistem politico ad opera dei CDA, non sempre premiante in termini qualitativi e di continuità, quanto piuttosto in termini di affinità politiche o di interessi personali. Il direttore capace dovrebbe essere considerato una preziosa risorsa, non un impedimento per qualcuno o per una parte politica. Ma si sa, in Italia e anche nel nostro mondo, si fa fatica ad instillare sani principi basati sulla meritocrazia e sulle reali ed oggettive capacità professionali. È utile che il direttore/dirigente abbia la forza e la capacità di sapersi proporre comunque se necessario in posti nuovi, arricchendo esperienza e capacità.

Nelle realtà private è più facile per il dirigente accettare i cambiamenti di lavoro, perché fanno parte della crescita professionale , anche se alcune ‘storture’ si ripropongono come nel settore pubblico.”

2) Per fronteggiare il pericolo di emarginazione dei dirigenti quale deve essere la funzione delle associazioni e di ANSDIPP in particolare? Deve puntare più su formazione e servizi o deve pensare ad una vera e propria attività di tipo sindacale?

“Non parlerei di vera e propria emarginazione, ma di risalto del ruolo, quale perno della gestione e come funzione irrinunciabile all’interno di tutte le realtà. Vi sono anche certamente dei tentativi di legittimare il ruolo a favore di quello dei Presidenti (in alcune Regioni dove vi sono Associazioni ad hoc), anche se è un approccio completamente sbagliato, che non tiene conto di ruoli e competenze (di indirizzo vs di gestione). Le Associazioni professionali, ed in particolare ANSDIPP devono essere tutto: erogatori di cultura, formazione, servizi e devono svolgere funzioni anche di tipo politico/sindacale, in modo diversificato rispetto alle diverse realtà regionali. Personalmente credo che vada privilegiata l’attività di servizi e di cultura professionale, senza escludere quella rappresentativa nei confronti delle Istituzioni.”

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