Trend demografico e crisi: dove vanno i servizi pubblici?

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L’ISTAT ha continuato per anni a pubblicare ricerche e stime sull’evoluzione demografica in Italia, ma ben pochi, nelle alte sfere dei pubblici poteri, hanno preso in considerazione i dati con la dovuta serietà. È mancata la consapevolezza di quanto fosse grave il problema del generalizzato invecchiamento della popolazione con evidenti conseguenze negative sull’equilibrio del sistema pensionistico e sul sostegno ai servizi sanitari e sociosanitari. Forse la consapevolezza c’è stata, ma quello che sicuramente è mancato è il fatto di essersene occupati seriamente affrontando i giusti correttivi.

In fin dei conti si può capire: quale uomo politico sarà mai felice di annunciare sacrifici? Ricordate le lacrime della Ministra Fornero al momento dell’annuncio del peggioramento del sistema delle pensioni? Ecco, in quel momento è stato definito un nuovo sacrificio per gli italiani anziani, forse era giusto o forse migliorabile, ma non del tutto sbagliato e, in quel momento, dovuto.

Certo è che nel momento del lacrimoso annuncio è partito il processo di cancellazione della Fornero come politico e  il suo nome è diventato “simbolo del male” (per fortuna i tribunali della santa inquisizione non ci sono più!). Chiaro, no? Era il momento in cui il Governo si doveva “sporcare le mani” con un provvedimento impopolare e, per l’occasione, ha passato la mano ai professori..! (Che ne sono usciti… massacrati)

Quello era il grande nodo delle pensioni che ha prodotto emozionanti dibattiti e anche difficili problemi di dettaglio da risolvere (vedi esodati), ma c’era un altro grande problema che si annidava tra le conseguenze della crisi economico-sociale unitamente all’invecchiamento della popolazione: quello dei servizi ad anziani e disabili per i quali a fronte di un aumento della domanda per qualità e quantità si contrappone una situazione debole della finanza pubblica con ridotte possibilità di dare completa soddisfazione ai bisogni. Su questo si può aprire un ampio dibattito, ma a ben guardare la manovra economica di fine anno  apre un cantiere di riprogettazione del sistema pensionistico e un altro del tutto nuovo di distribuzione di un reddito minimo destinato ai disoccupati. Non si amo in grado di prevedere oggi se tali provvedimenti saranno davvero sostenibili e se produrranno nuovo e maggior benessere, ma una cosa è certa: di disabili e di anziani fragili ancora non si parla.

Di sicuro è presto per esprimere giudizi e sinceramente mi auguro  che i provvedimenti ipotizzati portino soluzioni di benessere diffuso. Certo non bisogna schierarsi con gli oppositori affrettati. Ma un grave dubbio rimane: che sia difficile sostenere misure finanziarie così impegnative e contemporaneamente occuparsi del finanziamento dei servizi per la non autosufficienza.

Tant’è che nulla si dice a sostegno di  un nuovo impegno per  gli anziani se non le pensioni e, a parte la normativa sul terzo settore, niente si fa per garantire sopravvivenza e sviluppo a tutte le aziende pubbliche impegnate nei servizi sociosanitari.

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Sia la normativa nazionale – in particolare la Riforma del Terzo Settore – sia gli atti delle Amministrazioni regionali hanno progressivamente favorito un’evoluzione che va verso la completa privatizzazione dei servizi sociosanitari per ciò che concerne la produzione. Sembra si sia affermata una vera e propria volontà di rallentare le aziende pubbliche, volontà qualche volta addirittura nascosta dietro ad affermazioni che ne esaltano le funzioni limitandone però di fatto lo sviluppo.

E pensare che la Pubblica Amministrazione, nel recente passato, non solo si è impegnata nella responsabilità generale e politica di ricerca del benessere possibile per la popolazione anziana e disabile, ma si è assunta anche un ruolo decisivo nella programmazione e nella gestione operativa dei servizi attraverso uffici pubblici comunali, IPAB e ASP.

La P.A. in passato, oltre alla responsabilità politica, che non potrà mai delegare, si è assunta un ruolo rilevante anche nella produzione. Tuttavia si deve rilevare che se nella parte di programmazione si è avvalsa di capacità consolidate con risultati buoni o almeno discreti, non si è distinta invece nella gestione delle realtà produttive. Paradossalmente ha dato origine a due elementi opposti: ha avuto e tuttora mantiene alcune (poche) realtà di eccellenza e nel contempo un elevato numero di aziende che faticano a stare al passo con la necessità di un prodotto di qualità con  tante difficoltà economico-finanziarie.

Il fatto è che le aziende pubbliche soffrono di una discriminazione rispetto alle aziende private e a quelle del terzo settore, per una situazione penalizzante sotto il profilo fiscale e previdenziale che rende difficile se non impossibile reggere la competizione. Il fatto che non si giustifica è che tale discriminazione è frutto dell’impostazione normativa, che potrebbe essere modificata rendendo equilibrata la competizione, ma nessun legislatore ha finora pensato di farlo. Non se ne capisce la ragione ma, di fatto, fin dai tempi della legge 328 del 2000, nessun legislatore ha previsto nulla per migliorare le performance finanziarie delle aziende pubbliche impegnate nei servizi sociosanitari, quindi la lezione l’abbiamo capita. Nessuno intende investe sulla produzione pubblica.

Non possiamo però dimenticare che il benessere della popolazione non produttiva, minori o anziani non autosufficienti, è un compito dello Stato il quale non può esimersi dallo studio dei problemi e dalla corretta programmazione delle soluzioni.

Qualunque sia il futuro immaginato qualunque potrà essere il destino delle aziende pubbliche e di quelle private, si devono mettere in campo sistemi avanzati di controllo e validi strumenti di auditing della qualità capaci di superare i formalismi dell’accreditamento.

Da ultimo, non si devono trascurare tutti quei Dirigenti e lavoratori del Pubblico, artefici di un grande passato di impegno e di importanti risultati, che oggi rischiano di sviluppare la sindrome della “tribù dimenticata”.

 

 

 

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