I servizi e il problema dell’efficienza

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Su #LaNostraVolta abbiamo condotto una serie di interviste ai manager di diverse strutture del sociosanitario. Ma a cosa è servito tutto questo?

 

 

A riflettere, tanto per cominciare. A creare una griglia di informazioni che possa orientare la nostra opinione e che possa servire successivamente a guidare la nostra prassi, nella consapevolezza, però, che esistono problemi comuni e che pertanto le soluzioni non vadano cercate da soli.

Cosa emerge dalle interviste? Il percepito comune è che i servizi attuali non rispondano adeguatamente alle esigenze della popolazione. E le cause di questa sproporzione sono state individuate in svariati fattori: l’inadeguatezza del sistema pubblico, l’incapacità di gestire le risorse e di produrne di nuove, i criteri di gestione degli enti, la mancanza di una formazione manageriale, la perdita del valore solidaristico ecc…

Quel che è certo, al di là delle possibili cause, è che ci sia una mancanza di corrispondenza fra quel che servirebbe produrre e quello che è effettivamente prodotto. E che inoltre, spesso, si ricade in quel vizio di mentalità per cui anziché orientare la produzione di servizi partendo dalla domanda – dal vero bisogno – si inizia a farlo dall’offerta.

Eppure oramai sappiamo a che tipi di mutamenti demografici stiamo andando incontro e siamo anche consapevoli che i bisogni di oggi non sono quelli del passato. Pertanto, facendo sintesi delle percezioni comuni, bisognerebbe rinnovare e ripensare profondamente i servizi.

Ma da dove cominciare?

Se l’orizzonte è quello di revisionare e potenziare l’offerta produttiva – assumendo che l’obiettivo di tutti sia quello di voler migliorare le condizioni di vita di una fetta di popolazione – allora interrogarsi sul senso di frammentazione di tutti gli attori presenti oggi potrebbe essere un punto di inizio. Tutti i soggetti coinvolti, irrelati come sono, riescono a produrre con poca forza, poco vigore e poca efficacia. E a pagarne le conseguenze sono sempre i fruitori.

La mancanza di sinergia e la divisione non possono portare a risultati buoni: qualunque sia il modello di erogazione del servizio (o il tipo di ente/provider), il fine a cui tendere è sempre uno – la qualità di vita migliore –  e anche il destinatario è sempre lo stesso. Questo è il senso di creare una rete, un sistema integrato di forze dove ognuno abbia un ruolo definito nel concentrare le proprie azioni verso l’unico interesse che conta, quello generale. E questo è uno dei principali motivi per cui, a mio modo di vedere, si dovrebbero ridefinire i processi di competizione esistenti oggi fra gli enti produttori per trasformarli in meccanismi più collaborativi, partecipativi e, infine, più forti e fruttuosi.

Ma come combinare concretamente le forze?

Iniziamo col chiarificare un punto: la sensazione che emerge dagli addetti ai lavori è che i meccanismi di erogazione dei servizi siano sempre più trattati nell’ottica di un sistema di mercato.

La salute e il benessere possono essere trattati come beni, ovvero oggetti che dal punto di vista economico siano utili e reperibili al fine di soddisfare dei bisogni? Sì, a mio modo di vedere. A patto che non si perda la dimensione ideologica e che non si abbandonino i valori di fondo e l’eticità che contraddistinguono tali volontà produttive.

Del resto, perché dovrebbe esserci contraddizione fra l’obiettivo di contribuire al miglioramento della qualità della vita e inserire questo scopo dentro una logica di mercato? Non si tratterebbe forse della creazione di un plus valore in due sensi, per i singoli, che usufruiscono di un buon servizio e per i provider, che offrendoli ne traggono un guadagno?

È chiaro che dovremmo riuscire ad abbandonare quella connotazione di negatività che si inscrive abitualmente nella parola “mercato”.

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E non solo: dovremmo rifondare positivamente questo concetto, attribuendogli delle caratteristiche che abbiano a che fare con la dimensione valoriale/umana e con quella di cooperazione.

Rendere coeso il mercato si può, ripartendo dalla comunità stessa – prima ancora che dai provider – come sorgente e destinazione finale di una serie di azioni che favoriscono il benessere sociale.

La notizia è che, nonostante le resistenze, esistono esempi in questo senso e che ci sono degli elementi che ci fanno sperare in questa direzione.

Parlo di diverse iniziative di amministrazione collaborativa attuate in vari comuni, dove si cerca di oltrepassare la logica della competizione attraverso il meccanismo degli appalti e si sceglie una via di combinazione sinergica delle forze di tutti i soggetti disponibili.

Si tratta di iniziative che in qualche senso rispondono alla legge 328/2000, dove emerge l’intento di favorire una coprogettazione per quel che riguarda gli interventi di carattere sociale.

Ma non è il solo caso: anche l’articolo 55 del Codice del Terzo Settore si muove in questo verso, probabilmente in modo più radicale della legge 328 (come fa notare Felice Scalvini in un articolo apparso su Vita.it), introducendo il concetto di “coprogrammazione”.

Coprogrammazione è prima di tutto un invito ad un’inversione di tendenza: gli Enti del Terzo Settore non dovrebbero arrestarsi ad immaginare come orientare e sviluppare le proprie offerte in futuro, ma dovrebbero fare lo sforzo di rappresentare se stessi inseriti in un contesto territoriale. Raffigurarsi come produttori a tutto tondo, integrati in un quadro più ampio e legati ad altri soggetti da dinamiche di mutualismo e cooperatività.

Probabilmente questo è il senso del principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 118 della Costituzione, allorché definisce il compito dell’Amministrazione Pubblica nei confronti degli Enti del Terzo Settore e di tutta la cittadinanza, ribadendo il compito di favorire l’autonoma iniziativa di singoli e associati nello svolgimento di attività di interesse generale.

Riuscire a individuare, sviluppare e organizzare le risorse di tutto un settore o di un territorio non è compito facile. Ma è una sfida alla quale siamo chiamati tutti.

Resta da capire come procedere, senza dubbio. E forse, preliminarmente, sarebbe utile chiederci se siamo disposti a farlo.

L’ultimo tassello su cui riflettere è questo: se mantenessimo una logica legata al particolare, escludendo l’interesse di tutti dalle nostre azioni e proiezioni, riusciremmo davvero a pensare di mantenere i nostri interessi alla lunga?

Non dimentichiamoci che “se Atene piange, Sparta non ride”.

 

A presto con altre riflessioni e contenuti sul blog #LaNostraVolta!

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