I direttori si raccontano: intervista a Michela Bolondi

 

10  Agosto 2018. Intervista a Michela Bolondi. Presidente ProGes – Parma

 

bolondi1-678x381Grazie a Michela Bolondi per questa intervista. Riteniamo molto importante conoscere il parere di un Manager del settore che ha la funzione di Presidente di una grande Cooperativa.

 

Nel settore dei servizi sociosanitari si sono verificati grandi cambiamenti dal 2000 ad oggi. Quali secondo te hanno avuto una maggior incidenza sugli aspetti operativi del settore?

“A distanza di venticinque anni dall’approvazione della legge 381 la Cooperazione Sociale ha assunto oggi rilevanti dimensioni economiche, imprenditoriali ed occupazionali. Siamo un attore centrale del welfare del nostro paese e svolgiamo un ruolo importante nel garantire l’accesso al mercato del lavoro a decine di migliaia di persone anche svantaggiate con le cooperative di tipo B. A fronte di risultati imprenditoriali positivi, anche se faticosi, stiamo assistendo al chiudersi di un ciclo. Da una parte le crescenti difficoltà a mantenere le risorse pubbliche destinate a finanziare i servizi offerti dalle cooperative sociali e dall’altra, in alcune regioni, la domanda dei servizi più consolidati è vicina alla saturazione. Strumenti come i Project financing e la realizzazione di società miste pubblico-privato permettono alla cooperativa di superare le logiche delle gare d’appalto per l’affidamento a terzi della gestione dei servizi e ci permettono di investire in quella che oggi è la social innovation.

Anche le varie forme di accreditamento messe in atto in alcune regioni del nostro paese vanno verso questa direzione, ma a seconda delle loro caratteristiche ci vedono più o meno soddisfatti, soprattutto se ragioniamo in termini economici.

C’è infine un valore importante nella garanzia di una ‘continuità occupazionale’, che è parte centrale della nostra mission e quindi la ragione principale dell’esistenza di una coop come ProGes.

La disponibilità ridotta delle risorse ha avuto un’importante influenza nel nostro settore dal tuo punto di vista?

“Sì, la contrazione delle risorse pubbliche disponibili in questo settore e l’aumento della domanda è stato un elemento determinante affinché cooperative come la nostra investissero sull’innovazione e la ricerca applicata ai servizi e migliorassero la propria capacità di attrarre finanza, attraverso tutte quelle forme che il sistema, in trasparenza e legalità, mette a disposizione.

Agire in maniera più oculata, studiando soluzioni organizzative e strutturali che permettano di utilizzare le risorse al meglio e la nostra flessibilità sono tutte carte vincenti che grazie all’apporto di tutti i soci e lavoratori permettono alle cooperative come Proges di mettersi in gioco per interpretare al meglio le trasformazioni del nostro mercato di riferimento, affrontando sfide sempre più importanti e complesse. Certo non bisogna nascondere le difficoltà, la tenuta occupazionale del nostro settore in questi anni è andata a discapito della marginalità, siamo un settore ancora fortemente dipendente dall’amministrazione pubblica e infine ancora poco patrimonializzato.”

L’accreditamento è stato un provvedimento favorevole dappertutto?

“In realtà le norme sull’accreditamento sono diverse nelle varie regioni. In Emilia Romagna bisogna dire che è stato mantenuto un Pubblico molto forte. Tutto l’iter relativo all’accesso al servizio e all’inserimento dell’utente resta in mano al soggetto pubblico attraverso i vari  organismi di riferimento. La regione definisce il fondo della non auto sufficienza, indica la  tariffa di compartecipazione a carico delle famiglie su cui possono, autonomamente, intervenire i vari comuni di residenza, attraverso integrazioni a sostegno dell’utente.

La criticità maggiore riscontrata riguarda gli adeguamenti tariffari che non sono sufficienti e compensativi rispetto agli aumenti dei costi dei servizi, essendo slegati dall’andamento dell’inflazione, dell’Istat o altri indicatori simili.

In Lombardia, Toscana, Liguria, l’accesso ai servizi, è regolato dall’ente pubblico ma salvaguardando la libertà di scelta dei singoli utenti, così come la gestione delle rette, vede una maggiore flessibilità e discrezionalità da parte dell’ente gestore che a fronte di un maggiore standard qualitativo può, legittimamente aumentare le tariffe.”

La Regione stabilisce anche i parametri di qualità?

Sì, rispetto al sistema di accreditamento dell’Emilia Romagna e non solo. Le normative, pubblicate nel corso degli anni e i relativi aggiornamenti sono stati stabiliti e rivisti i parametri di qualità anche avvicinandosi allo schema delle norme ISO 9000 che in un primo tempo erano invece state ‘tenute lontane’, per una presunta inadeguatezza dello strumento, rispetto alle attività del nostro settore. Siamo ormai prossimi ai primi rinnovi e sarà il momento anche per fare il punto e per vedere se il sistema ha funzionato e ha effettivamente risposto alle istanze dei cittadini. Per noi sicuramente si rendono necessari cambiamenti e nello specifico, come ho già sostenuto prima, il punto debole è la non adeguatezza del corrispettivo economico riconosciuto al gestore, almeno per quanto riguarda il modello dell’Emilia Romagna. Per quanto riguarda le altre regioni in cui operiamo i parametri di qualità.”

Un altro elemento interessante: il numero dei posti accreditati cambia di anno in anno o rimane sempre uguale?

 “Ci sono leggere oscillazioni ma nell’insieme poco si muove a fronte di un numero di anziani che necessitano di servizi, in forte crescita. Ormai i dati relativi all’aumento della terza età sono oggetto da diverso tempo di analisi. Se ad oggi, infatti, gli over 65 rappresentano un quarto della popolazione, stando alle proiezioni Istat nel 2050, diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Per quanto riguarda la Long-Term Care, l’Italia è il fanalino di coda in Europa: destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – le percentuali nei Paesi del Nord Europa superano il 25% – e solo l’1,3% della spesa sanitaria totale è destinata all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro. Risulta abbastanza chiaro il fatto che non sia più procrastinabile il potenziamento dell’assistenza domiciliare e della residenzialità fondata sulla rete territoriale di presidi sociosanitari e socio-assistenziali, con forti disomogeneità a livello regionale.  Questo comporta che molti restano fuori dal sistema garantito dall’ente pubblico e si affidano ad un mercato che offre risposte con servizi domiciliari e non, realizzati dal privato profit o con ‘situazioni’ non completamente normate che sono lasciate alla libera interpretazione dichi gestisce queste attività.

C’è una situazione di sofferenza economica, relativa alle risorse da poter mettere a disposizione   per gli enti pubblici che si riflette anche su di noi. E’ necessario ristabilire un patto forte per rendere l’innovazione realtà che dia risposte ai bisogni, mettendo tutte le varie istanze sul tavolo e ragionando seriamente sui cambiamenti necessari da portare avanti a fronte dei mutamenti che sono in atto nella nostra società.

Torno a sostenere che le partnership Pubblico/Privato siano un’interessante possibilità, per dare queste risposte, al pubblico perché permette di mantenere un governo del territorio e di rispondere ai bisogni sempre maggiori a fronte di scarse risorse, a noi garantisce stabilità occupazionale, sviluppo, acquisizione di competenze.”

Potresti spiegare meglio la flessibilità della gestione del personale? Per i lavoratori significa maggior incertezza?

“Posso spiegarlo con un esempio preso da un’esperienza di qualche anno fa. C’è stato un caso in cui la nostra attività di gestione di una struttura per anziani, proseguiva con un determinato numero di persone impiegate sulla base dei contratti esistenti e dei contributi dell’ASL. Da un momento all’altro, per ragioni di budget, l’ASL decide di ridurre i contributi per il servizio gestito da noi mettendoci in seria difficoltà perché alle nuove condizioni non potevamo assicurare lo stipendio a tutti e avremmo dovuto procedere a una riduzione del personale, sempre nel rispetto dei parametri regionali relativi all’accreditamento. Tuttavia attraverso un’azione condivisa con le forze sindacali, i soci-lavoratori, siamo riusciti a limitare i danni per tutti, procedendo con una minima riduzione di orario a ciascun lavoratore che si è fatto partecipe delle difficoltà in primis  della cooperativa e di un’azione solidale verso tutti i soci-colleghi. Con una serie di passaggi successivi, dopo qualche anno, siamo riusciti a reintegrare gli orari a tutti quanti i lavoratori.

Questa flessibilità può essere vista dall’esterno come debolezza e fragilità, io la leggo come punto di forza e carta vincente che ha permesso di mantenere l’occupazione, che com’è ben noto, nel settore è prevalentemente femminile.”

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È in corso una certa innovazione legislativa, in particolare per il Terzo settore. Come vi s’inseriscono le Cooperative? Come vi sentite nei confronti della concorrenza del Privato profit?

“La Riforma del Terzo settore riconosce e valorizza in particolare le finalità che devono caratterizzare l’azione dei soggetti non profit. Per meglio dire, la Riforma apprezza il fatto innovativo che le finalità di interesse generale indicate nella legge e nei successivi decreti legislativi possono essere conseguiti (anche) attraverso lo svolgimento di attività avente natura economico-imprenditoriale.

Il Codice del Terzo settore, insieme alla disciplina riguardante l’impresa sociale, quella attinente la stabilizzazione del cinque per mille e sul servizio civile universale, articolano e completano la riforma delle organizzazioni non profit, avviata con l’approvazione della legge delega n. 106/2016. Negli ultimi mesi la Riforma del Terzo Settore ha fatto molti passi avanti. Le ultime, in ordine di tempo, sono state le approvazioni dei decreti corretivi dell’impresa sociale e del Codice del terzo settore

La riforma ci vede, come cooperative sociali, riconosciute come imprese sociali e ha esteso la nostra possibilità d’intervento anche all’ambito dell’educazione e della sanità.

Si apre, indubbiamente, una stagione di novità interessanti dove dovremo essere capaci di confrontarci con i mutamenti del mercato, attraverso l’innovazione, utilizzando strumenti come la valutazione dell’impatto sociale, implementando la nostra capacità di co-progettare con la P.A. attivando finanza sociale oltre che finanza tradizionale. Molti sono i progetti che stanno venendo avanti e che ci vedono coinvolti, grazie alle nostre caratteristiche.

Per il nostro l’universo ci saranno ancora momenti che richiederanno approfondimenti e analisi attente per implementare una riforma che potrà avere un impatto significativo sia sul sistema di welfare in senso lato inteso e sui tanti ambiti di intervento a favore delle persone più vulnerabili, senza tralasciare l’attenzione alla trasparenza e ai rapporti con la P.A.

Sul piano della concorrenza no profit dovremo affinare le nostre capacità manageriali per migliorare la nostra efficacia negli interventi che andremo a realizzare al fine di sviluppare il nostro posizionamento sul mercato.”

Nei vari dibattiti che mi è capitato di seguire ho colto due posizioni polemiche riguardo le Cooperative. Siete avvantaggiate sul piano fiscale e, inoltre, avete perso lo spirito originario e siete solo attenti al business. Che cosa pensi di queste critiche?

“Sono profondamente convinta che le proprie radici non vadano mai perse ed è vero, quando le abbiamo abbandonate i risultati sono stati discutibili. Dobbiamo sempre ricordare “da dove veniamo” ma dobbiamo anche attualizzare questo pensiero al momento storico in cui viviamo. Penso che in Italia, oggi, strumenti imprenditoriali come quelli espressi dalla cooperazione siano necessari se non addirittura indispensabili. Rappresentano una modalità concreta di redistribuzione di risorse anche a chi non potrebbe accedervi e sostiene l’occupazione permettendo a delle persone di trovare lavoro e diventare imprenditori in quanto soci. Anche le dimensioni sono importanti per gestire una serie di complessità che l’attuale mercato ci porta. L’insieme delle cooperative sociali si presenta al suo interno ancora molto eterogeneo. A fianco di organizzazioni che operano in modo efficiente, sperimentano servizi innovativi ci sono altre cooperative che sono fragili. Oggi si richiedono dimensioni diverse per attrarre risorse finanziarie e per sostenere la concorrenza anche delle multinazionali. Questo per ciò che riguarda le nostre radici, mentre sulla questione dei vantaggi fiscali, credo sia utile ricordare che ProGes non distribuisce utili se non attraverso specifici strumenti definiti attraverso indicazioni fornite dal codice civile e sono il ristorno e la remunerazione del capitale sociale. Inoltre sempre per le stesse motivazioni noi siamo chiamati a reinvestire all’interno della nostra cooperativa tutto l’utile disponibile, in base a parametri definiti sempre dal codice civile che ci permette di soddisfare comunque una dei principi e valori fondanti del sistema cooperativo, la garanzia dell’intergenerazionalità della cooperativa, cioè lasciare l’imprese alle nuove generazioni…garantendo ancora continuità occupazionale.”

Ti spiace approfondire un po’ il punto dell’impegno verso l’occupazione?

“Volentieri. La forma cooperativa nasce per rispondere ad un bisogno che attraverso l’aggregazione di più soggetti, riesce ad espletare. Il famoso detto ‘l’unione fa la forza’ vede nella forma cooperativa una sua realizzazione concreta. Tanti soci, con la loro quota azionaria (quota sociale) concorrono alla realizzazione dell’impresa e grazie al capitale, così raccolto, la cooperativa può permettersi di muovere e creare il circolo virtuoso legato allo sviluppo delle proprie attività di business per la creazione di occupazione.

Devo ammettere però che nel nostro mondo cooperativo c’è sempre bisogno ‘di dare un po’ di elettricità’ a questo ruolo del socio-lavoratore perché sempre, anche nelle coop dimensionate, venga percepito come soggetto attivo, responsabile dell’impresa indipendentemente dal ruolo svolto. Siamo tutti tasselli di un puzzle e il ‘gioco non riesce’ se non ci sono tutte le tessere al posto giusto.”

Per ottenere questo si deve anche investire in formazione, immagino. Che cosa fate voi in merito?

“Ci stiamo impegnando in questa direzione, anche grazie all’introduzione di nuove tecnologie che ci permettono di armonizzare costantemente i contenuti della formazione ai nuovi dettami legislativi, di raggiungere il più alto numero di soci-lavoratori e di mantenere contenuti i costi.

La formazione è per noi elemento fondamentale del nostro operare, atta a garantire professionalità e qualità del servizio ma non solo. Alcune tematiche che noi affrontiamo per lavoro e le metodologie stesse utilizzate possono diventare ‘seme’ al fine di concorrere alla formazione del ‘Cittadino’.

Una volta esistevano una serie di istituzioni politiche e non che si facevano carico si sensibilizzare e fornire strumenti per la crescita del cittadino, affinché avessero senso critico e consapevolezza. Oggi questi spazi sono stati lasciati vuoti o sono stati riempiti in maniera non del tutto soddisfacente. Il crescente analfabetismo funzionale e il diffondersi delle fake news ne sono un esempio concreto. La cooperazione nel momento in cui forma il proprio socio, concorre a co-formare il cittadino. In questo senso vedo uno spazio culturale che la cooperativa potrebbe ricoprire senza perdere le sue istanze e trasformarsi in altro.”

Immagino che sia difficile svolgere una funzione di questo genere se ci si rivolge a un numero elevato. Quanti sono i vostri soci? Che strumenti avete adottato per comunicazione interna?

“I soci-lavoratori sono poco meno di tremila, di cui circa quattrocento dipendenti. Abbiamo, da tempo, un ‘Ufficio soci’ che si confronta continuamente con i soci, utilizziamo sempre di più strumenti di comunicazione come il portale, video conferenze, newsletter, FB, Linkedin e non ultime stiamo testando alcune app. da poter scaricare e permettere ai soci di collegarsi direttamente senza utilizzare pc o latro. Diffondiamo le news e pubblichiamo sul sito, interviste ai collaboratori, soci e altri stakeholders che vengono cambiate spesso per alternare i volti e per diffondere idee e problemi nuovi. Sono da sempre attivi tavoli costituiti dai soci relativamente al Bilancio sociale, interamente redatto ed elaborato da noi, il notiziario, il family audit che affronta le tematiche legate alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, dove i soci concorrono alla realizzazione dei vari progetti. In ultimo, ma non per importanza, la Presidenza che ha una relazione importante con i soci.”

Un’ultima osservazione: ho conosciuto diverse cooperative e ho sempre avuto la sensazione che vi consideriate come se foste delle realtà isolate. È giusto o è una sensazione sbagliata?

“In parte è vero anche se l’andamento del mercato in questi ultimi dieci anni, crisi inclusa, ha fatto registrare alcuni cambiamenti significativi, attraverso l’adozione di strutture come i Consorzi o i contratti di Rete. Rimane comunque la fatica del superamento di certe logiche che ormai sono arretrate tipo la territorialità che in questo caso viene utilizzata nella sua accezione negativa o l’esasperazione dell’aumento del fatturato.”

Bene, per terminare mi dici qualcosa sulla vostra organizzazione e sui territori in cui siete presenti?

“Il numero complessivo delle persone impiegate si aggira, come dicevo, sui tremiladuecento. Una decina rappresentano il top management cui si deve aggiungere il middle management rappresentato da circa venticinque responsabili intermedi. A questi si deve aggiungere infine un responsabile per servizio. Circa 280/290 persone, quindi, che svolgono un lavoro di coordinamento.

I territori in cui operiamo nel nostro paese, oltre ovviamente all’Emilia Romagna, sono la Val D’Aosta, la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, la Toscana e la Puglia, per quanto riguarda l’estero siamo da diversi anni a Bruxelles e stiamo approcciando nuovi mercati in ambito extra europeo.”

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