I direttori si raccontano: intervista a Michele Assandri

19 luglio 2018. Intervista a Michele Assandri, Presidente ANASTE Piemonte 

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 Grazie a Michele Assandri che ha accettato di rispondere a questa intervista, contribuendo alla nostra ricerca nell’ambito della managerialità del sociosanitario, dandoci la sua visione sia in qualità di Presidente regionale dell’ANASTE – Associazione Nazionale Strutture Terza Età – sia come direttore di struttura.

 

 

Quali sono stati, secondo te, i cambiamenti degli ultimi anni che hanno maggiormente condizionato il settore sociosanitario?

 “L’elemento principale che ha condizionato il settore oggi è il non aver tenuto in considerazione le basi del decreto Craxi del 1985, cioè del piano che riguardava la costruzione delle residenze sanitarie assistenziali, come strutture extra-ospedaliere. Negli anni successivi abbiamo continuato a chiamare queste strutture ‘case di riposo’ e abbiamo continuato a riferirci agli utenti chiamandoli ‘ospiti‘ o ‘vecchi‘, quando non erano né l’una né l’altra cosa: erano pazienti cronici non autosufficienti che necessitavano di un livello intenso di cure. Siamo rimasti dunque ancorati alla vecchia cultura del ‘socio-assistenziale’ quando invece la Riforma Bindi del 1999 parlava di ‘assistenza socio-sanitaria’. Quindi, all’interno di queste contraddizioni, siamo arrivati fino ad oggi ad un’impostazione normativo-organizzativa che era già stata anticipata dall’’85, mentre l’assetto gestionale odierno è rimasto ante 1985.”

Le RSA, all’epoca, potevano essere gestite da strutture pubbliche o private. Queste due realtà avevano due metodi di gestione molto diversi fra loro, di cui non si è tenuto conto. Oggi infatti si è arrivati al punto da aver prodotto una discrasia profonda fra Pubblico e Privato. Perché è successo, secondo te?

 “Io parto sempre dalla Riforma Bindi del ’99 che introduce il concetto di ‘soggetto accreditato‘. Per cui la differenza fra natura pubblica o privata (profit o non profit che sia) per me è giuridicamente irrilevante quando si parla di prestazioni erogate in nome e per conto del servizio sanitario nazionale. Se il soggetto è accreditato, deve erogare la sua prestazione seguendo determinati criteri. E riceve poi la sua remunerazione indipendentemente dalla sua natura giuridica. Noi siamo rimasti, anche in questo caso, ancorati a una vecchia ideologia che distingue in modo netto il bene pubblico dal bene privato. Se, ad esempio, consideriamo il Diritto germanico, vediamo che presenta tre categorie: bene pubblico, bene privato e bene collettivo. Quest’ultimo può anche essere posseduto da un soggetto pubblico o da uno privato, purché venga utilizzato per soddisfare un bisogno generale. Faccio un altro esempio: il Comitato Nazionale di Liberazione italiano era, nel momento in cui è sorto, un soggetto di diritto privato dal punto di vista giuridico – definito tale dal Codice Civile – e tuttavia ha agito per fini pubblici e ha presidiato il bene collettivo.”

La differenza principale fra Pubblico e Privato (profit e non profit) è la diversa situazione fiscale e contrattualistica. Tu lavori nel Privato profit con contratto ANASTE, ma ci sono anche contratti diversi e situazioni fiscali diverse, che spesso vedono il Pubblico penalizzato. Cosa pensi di questo? E perché questi enti di natura differente non vengono accorpati in un’unica realtà?

 “Personalmente sono favorevole all’accorpamento, soprattutto in un contesto di mondo globalizzato. Più ci si parcellizza e più ci si indebolisce, più il mondo è globalizzato e più è necessario unirsi per fare sinergia economica e culturale. Per quanto riguarda la diversità dei contratti, io nel settore privato oggi non la vedo, perché i contratti sono tutti simili fra loro, anche quelli della Cooperazione sociale. Non vedo delle disuguaglianze tali da poter giustificare costi di gestione diversi.

Sul Pubblico ho una visione diversa: se in questo settore si lavorassero le stesse ore del Privato, il costo di ogni ora di lavoro sarebbe inferiore. La paga oraria del contratto privato è superiore a quella del Pubblico, ma il problema è che nel Pubblico c’è una bassa produttività, quindi il costo retributivo lordo annuale diventa maggiore rispetto al Privato. E non per il problema del costo del personale di lavoro, ma per la scarsa resa delle ore lavorate nel complesso. Ed è la cultura del Pubblico che porta ad una limitata efficienza, non la differenza di ore lavorate.”

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Tu sei direttore di quattro strutture sociosanitarie in Liguria, quindi sei un dirigente del settore e non un imprenditore. Che differenza c’è fra un dirigente che risponde a un imprenditore e un dirigente che risponde ad un’amministrazione pubblica? Quali sono le differenze di questi due rapporti?

“Ti rispondo riportando le parole di Aldo Moro, che, prima di essere assassinato, in un discorso parlamentare, disse che i partiti si erano impossessati dello Stato. Quasi allo stesso modo, potrei dire che a volte il dirigente pubblico risponde alle logiche della partitocrazia e che quello privato risponde alle logiche dell’efficienza economica, volendo usare categorie generali.”

Nelle nuove Asp i dirigenti potranno essere scelti ad libitum dell’amministratore pubblico. Ma cosa succede quando cambiano gli amministratori? Che tipo di cultura creiamo in questo modo?

“L’Asp dà retta al potere pubblico politico. Io lavoro nella stessa azienda da 22 anni e mai tornerei indietro andando a lavorare in un’azienda pubblica. Se si viene scelti dal potere in carica ci si può trovare privati della propria funzione al mutare dell’amministrazione e questo nel privato non può succedere mai. Al massimo può accadere di avere problemi col proprio datore di lavoro, ma per motivi organizzativi, inerenti al lavoro, non per questioni soggettive e denigratorie che hanno a che fare con la persona o con il colore politico di quelli che l’hanno introdotta.”

Siamo tutti d’accordo nel dire che la formazione per un dirigente è indispensabile. Quali sono i due principali elementi su cui un dirigente deve essere formato e continuare a formarsi?

“Io sostengo che la prima sfera di formazione debba essere quella etica. Come diceva Don Gallo: ‘scegliete quello che volete, ma siate partigiani’. Si deve stare da una parte, non importa quale, ma si deve tenere in mente un certo disegno sociale. Poi si può sempre mettere in discussione la propria idea iniziale, ma è necessario averne sempre una in testa. Altro aspetto è la dedizione ad una materia. Le materie più importanti, sulle quali è necessario che un dirigente sia preparato, sono quella giuridica e quella economica. Troppo spesso, andando a fare consulenza nelle strutture, mi rendo conto che c’è una grande povertà culturale su questi due aspetti.”

Tu pensi davvero che la dirigenza pubblica e privata riconoscano l’importanza di essere guidate da un principio etico?

“Penso che siamo molto indietro e che i risultati di questa arretratezza siano evidenti. Faccio un esempio, quando, studiando da universitario sono stato in Germania, ero convinto che i tedeschi credessero nello Stato. Invece poi mi sono reso conto che quando i tedeschi parlavano, dicevano sempre Deutschaland. Lì mi sono accorto che per loro veniva prima la Germania, poi lo Stato – che è un’organizzazione al servizio della Nazione. Quindi ho capito che avevano una forte idea di Nazione e che lo Stato veniva adattato a questa. Faccio un altro esempio, quando sono stato al Parlamento europeo, ho visto la differenza fra gli Stati in base a come questi prendevano le decisioni sui budget: i tedeschi prima definivano il carico fiscale sul PIL dell’ultimo triennio, poi, sulla base del prelievo fiscale sedimentato negli anni, decidevano quali servizi potevano erogare. Noi mediterranei abbiamo sempre fatto il processo inverso: prima decidevamo i servizi da poter erogare e poi si trovavano le forme di finanziamento, per cui ci siamo ritrovati un sistema di tassazione fiscale che ci strozza e ci annichilisce.”

Ultima domanda: cosa ne pensi delle nuove forme di assistenza e di metodi alternativi di residenzialità?

“Che bisogna favorirne gli sviluppi. Nella mia esperienza ho visto situazioni di cohousing ben riuscite, come quelle delle due realtà del territorio torinese e anche esempi virtuosi di domiciliarità, che vedo come una forma utile di assistenza, capace di portare benefici non soltanto agli anziani ma anche agli operatori. Spesso, infatti, questi ultimi sono ben contenti di occuparsi degli anziani che vivono presso il loro domicilio – e coi quali sviluppano delle buone relazioni – magari perché si trovano a fine carriera e apprezzano il fatto di variare le proprie mansioni e di cambiare ambiente. Gli interventi domiciliari sono anche serviti agli operatori per valutare la qualità dell’assistenza residenziale che gli anziani avevano vissuto prima, perché si è potuto verificare come spesso certe buone abitudini di vita imparate in struttura siano state mantenute anche una volta fuori.”

 

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