I direttori si raccontano: intervista a Franco Iurlaro

 

 

18 luglio 2018. Intervista a Franco Iurlaro, Direttore Generale dell’IPAB “Luigi Mariutto di Mirano (VE)”

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Ringraziamo Franco Iurlaro che ha accettato di rispondere alle nostre domande sui grandi cambiamenti sociali che hanno influito sull’attività di assistenza ad anziani e disabili e sulle difficoltà che oggi deve affrontare un direttore di struttura.

 

 

Nel settore dei servizi sociosanitari si sono verificati enormi cambiamenti dal 2000 a oggi. Quali sono secondo te le questioni più rilevanti in generale e quali hanno avuto una forte incidenza sulla dimensione professionale del direttore?

“Il fattore di base è la trasformazione della famiglia. Non rappresenta più, come un tempo, un punto di riferimento certo per la cura degli anziani. All’interno della famiglia di oggi non c’è più la presenza congiunta di diverse classi di età e le cure parentali, un tempo erogate dagli adulti ai bambini e ai vecchi, oggi sono delegate ad altri. Spesso si tratta di famiglie mononucleari che vivono lontano dai parenti, altre volte, invece, si tratta di situazioni di abbandono. Una parte del pensiero filosofico nel nostro settore sostiene con forza il concetto di domiciliarità, ritenendo che le cure domiciliari siano la migliore delle soluzioni possibili. Ma, ahimè la famiglia non c’è e il domicilio si è svuotato. Mancano il supporto operativo e il calore di prima. E se quello che c’era prima adesso non c’è più, è chiaro che, come conseguenza, la domiciliarità comporta oneri e costi molto alti e difficili da sopportare.

Un altro cambiamento decisivo è stato l’approvazione del nuovo titolo quinto della Costituzione. Con tale riforma è stato definito il principio di sussidiarietà verticale in base al quale l’azione di governo si svolge ai livelli inferiori rispetto allo Stato, fatto salvo il potere di sostituzione del livello di governo superiore in caso di impossibilità o inadempimento. Alla Regione è stata riconosciuta l’autonomia legislativa piena ed esclusiva nelle materie che riguardano i servizi sociosanitari e ciò ha creato diverse difficoltà soprattutto per mancanza di omogeneità di trattamento nei vari territori. Lo Stato si è disinteressato e i LEA e LIVEAS sono rimasti ‘Lettera morta’. Così tutti gli sforzi fatti per un certo miglioramento di carattere generale sono andati a farsi benedire.”

Venendo più vicino a noi, cosa ne pensi della Riforma del Terzo Settore?

“Non sappiamo bene se tutto procederà come previsto, dal momento che molti decreti attuativi devono ancora essere approvati. Ci sono dirigenti che si sono impegnati – uno su tutti Patriarca – e che oggi sono delusi e preoccupati perché, col nuovo Governo, non si capisce esattamente in che modo questa riforma potrà concludersi. Certo, è una riforma importante e assicura una nuova visibilità alle aziende del settore, anche se in un certo senso ha complicato loro la vita facendole diventare un’impresa come le altre. Potrà dare vantaggi se il Governo continuerà sulla via aperta e potrà concedere benefici a quanti sapranno posizionarsi correttamente, anche se per adesso non sarei così sicuro del valore della riforma.

Interessante è però la nascita di un nuovo strumento: la Fondazione di Partecipazione che diventa una forma possibile per molti. Si tratta di un tipo di ente sul quale penso che nessuno si sia interrogato relativamente ai valori politici che esprime, così da essere sorto con la partecipazione di tutti i colori o, forse, nell’indifferenza degli schieramenti. Se ne parlerà molto secondo me in futuro.”

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Non possiamo dimenticare la riforma delle IPAB e il loro definitivo superamento. Che sta accedendo in Veneto?

“Devo dire che, quasi inaspettatamente, la Regione Veneto ha mostrato volontà politica tesa alla loro valorizzazione. Se si legge il Piano Sanitario (DGR 13 del 28.05.2018) si trovano delle affermazioni importanti al riguardo. Si mostra l’interesse a mantenere pubbliche le IPAB, facendole assumere il nome di APSP (Aziende Pubbliche di Servizio alla Persona) e a farle diventare centro di servizi per il territorio di riferimento, prevedendo degli accorpamenti con le altre IPSB dello stesso Distretto. Queste dovrebbero rinunciare alle loro proprietà a favore della Regione, che ne farebbe confluire il valore in un fondo di garanzia, che verrebbe usato per restituire risorse agli enti gestori in caso di necessità. Se le cose procedessero davvero in questo senso, il mio giudizio non potrebbe che essere positivo. Devo anche ammettere che hanno ascoltato le proposte e i suggerimenti che abbiamo dato come dirigenti del settore.”

Nel dettaglio operativo, se non si fanno altre riforme, non pensi che l’ente pubblico possa avere delle difficoltà per gli aspetti fiscali, retributivi e contributivi?

“Penso, come dicono molti soggetti importanti del sindacato, che il tempo sia maturo per un nuovo contratto nazionale che coinvolga tutto il personale che opera nel settore: dalle OSS alle figure intermedie, agli operatori sanitari e anche ai dirigenti. Con un provvedimento in questo senso, tutti i problemi di disparità che affliggono oggi gli operatori del nostro settore andrebbero verso una definitiva soluzione. Sarebbe quanto di più auspicabile anche per non vedere più certe formule ibride e certi escamotages che, sia pur in piena regolarità, portano in sostanza a diminuzioni di retribuzione. Mi riferisco a casi realmente accaduti nel nostro territorio regionale in cui, ad esempio, attraverso un project financing viene realizzata o ristrutturata parte di una struttura con la partecipazione di una cooperativa, che, al termine dei lavori, assorbe tutto il precedente personale dell’IPAB. A questi dipendenti, trasferiti dal Pubblico alla Coop, viene mantenuto il trattamento economico in godimento, ma ovviamente solo fino alla definizione del nuovo contratto, col quale perderanno poi una quota della loro retribuzione. Questo pericolo sarà scongiurato con un nuovo unico contratto collettivo di lavoro del settore sociosanitario. Un’altra via è quella di fare la Fondazione che ho accennato precedentemente. In una tale realtà, l’IPAB o la APSP manterrebbe la titolarità del servizio ma, sia l’operatività sia la gestione del personale, passerebbero alla Fondazione.”

Se ci sarà la riforma nel senso che hai detto, dopo gli accorpamenti ci saranno nuovi amministratori che, se saranno responsabili di assicurare un’organizzazione efficiente ed efficace, vorranno poter scegliere il dirigente di fiducia. Questo potrà preoccupare i dirigenti in carica?

“Bisogna pensare, in realtà, a una riqualificazione dei dirigenti. A livello personale non mi sento colpito da gravi disagi possibili, ma questo vale in particolare per le mie caratteristiche personali e soprattutto per la mia adattabilità a situazioni diverse. Certo è che per i giovani dirigenti qualche problema potrebbe comparire all’orizzonte.”

Ci vorrebbe una sindacalizzazione del problema?

“Per la soluzione di questi problemi non vedo alcuna utilità in un sindacato vero e proprio, che peraltro esiste già, il DIREL, e conta tra gli iscritti anche qualche nostro collega. Quello che ci vuole è un rafforzamento dell’associazione! Chi vuole può iscriversi al sindacato e può anche ottenere qualche forma di aiuto, ma è certo che  con un’associazione forte il sindacato non occorre. L’associazione può diventare un organismo in grado di interloquire con le Amministrazioni Pubbliche (Regione in particolare) e svolgere compiti di informazione e di sostegno di idee e buone tecniche, senza restare confinata quindi nella posizione di organo di rappresentanza e di difensore della nostra categoria. Con un’associazione forte saremmo degli interlocutori culturali di primaria importanza per le istituzioni e ciò rappresenterebbe la miglior garanzia per i professionisti impegnati nel nostro settore. Chiaro, deve essere superata la visione dell’associazione come fonte di servizi! Non si può fare il solito ragionamento, ovvero pagare la quota al fine di ricevere qualcosa in cambio. Bisognerebbe capire che essere in un’associazione vuol dire prima di tutto assumere degli impegni. Il pensiero guida deve essere diverso: appartenere a un’associazione vuol dire partecipare mettendosi a disposizione, per essere collaborativi e realizzare qualcosa. Si può crescere anche attraverso l’associazione solo se questa diviene un luogo condiviso, in cui si lavora per creare una comunità di cultura e di valori.”

 

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