I direttori si raccontano: intervista ad Alberto De Santis

 17 luglio 2018. Intervista al Prof. Alberto De Santis, Presidente nazionale ANASTE

image001.jpgGrazie al professor Alberto De Santis che con questa intervista aggiunge del materiale interessante per la ricerca che vogliamo condurre, l’indagine sulle condizioni lavorative dei direttori di strutture per anziani. Qui viene fuori il punto di vista di una delle associazioni del settore, ANASTE – Associazione Nazionale Strutture Terza Età – che si occupa di rappresentare le imprese private accreditate di assistenza residenziale per anziani, promuovendo la responsabilità sociale dell’impresa e tutelando i diritti e le legittime aspettative di quest’ultima ma tutelando anche la qualità della vita degli ospiti. Un contributo che aiuta meglio ad inquadrare il fenomeno dei dirigenti del settore sociosanitario.

 Nel settore dei servizi sociosanitari si sono verificati cambiamenti importanti negli ultimi anni. Quale ritieni di maggior importanza?

“Il cambiamento principale, che avrà effetti rilevanti, è il nuovo indirizzo che tende a favorire l’Assistenza Domiciliare Integrata. Credo che non si sia ancora capito che racchiude diverse difficoltà. Prima di tutto, difficilmente può essere realizzata in modo da esaudire correttamente le richieste di servizio: come si può pensare che basti qualche ora alla settimana o un’ora al giorno per far fronte alle necessità, così complesse, degli assistiti? In sostanza, sembrerebbe una via di comodo per risparmiare risorse, quando invece, se fosse fatta in modo integrato e tale da risolvere i bisogni di assistenza, si scoprirebbe che ha un costo decisamente più alto di quella residenziale. Dunque: costi elevati e qualità insufficiente sono le due conclusioni a cui porta la scelta del domiciliare come elemento prioritario. Se prendiamo ad esempio la Germania, l’Assistenza Domiciliare viene erogata mediamente per circa ventidue ore settimanali, mentre da noi queste ore non vengono coperte nemmeno in un mese. È diversa l’impostazione dell’Assistenza e la stessa andrebbe modificata gradualmente. Sarebbe ottimale lasciare gli anziani nel proprio domicilio e nella maggior parte dei casi è possibile perché non necessitano di elevata assistenza, ma ci sono tantissimi altri casi in cui l’anziano è portatore di polipatologie che necessitano di assistenza h24. A volte ci sono anziani che non hanno una casa e, a volte, pur essendo a casa loro non sono amati dai familiari.”

È vero che un’assistenza domiciliare di alto livello può costare molto, ma offre il vantaggio di mantenere la persona assistita al proprio domicilio. Come si potrebbero conciliare le diverse esigenze? Si può definire una formula più efficace?

“Sosteniamo anche noi che gestire una patologia o polipatologie a casa è meglio per evitare traumi all’anziano. Si potrebbe, però, considerare la proposta che l’ANASTE ha avanzato molto tempo fa e cioè rendere le RSA centri posti baricentricamente dai quali erogare l’Assistenza Domiciliare per un diametro di due chilometri dalla Residenza. Il personale addetto avrebbe meno dispendio di energie e di tempo. La struttura dovrebbe essere dotata di un Diurno anche per il sollievo delle persone con Alzheimer ed un Case Manager che possa monitorare gli anziani del bacino di utenza e intervenire al momento del bisogno. Tutto ciò, sono convinto, credo si possa realizzare all’interno di un progetto evoluto, teso alla definizione di un nuovo modello di struttura di servizio che metta al centro la RSA come base dalla quale organizzare e orientare diverse attività, dall’Assistenza Domiciliare e Domiciliare Integrata, al Centro Diurno, al Diurno Alzheimer, ai posti di sollievo e così via.

Il ruolo delle RSA è strategico per il miglioramento della qualità dell’assistenza e di conseguenza della qualità della vita delle persone e delle loro famiglie e per costruire percorsi di socializzazione e di integrazione migliorando il rapporto e il dialogo con le istituzioni.

Le Associazioni possono infine svolgere ruoli di anticipazione nella segnalazione di bisogni emergenti, di stimolo delle istituzioni pubbliche a tutela dei diritti dei cittadini, di promozione della cultura della solidarietà, di creazione di reti informali e di sostegno alla sussidiarietà. Per questo, nella definizione delle politiche sulla cronicità, e nella programmazione di iniziative a livello aziendale, regionale e nazionale, è importante tenere conto delle proposte delle Associazioni di tutela dei malati, individuate sulla base di criteri oggettivi e qualitativi.”

C’è un’altra novità importante nel Piano Nazionale della Cronicità che riguarda un rafforzamento di ruolo del medico di Medicina Generale. Cosa ne pensi?

“Sì, se ne parla nel PNC. Il mondo della cronicità è un’area in progressiva crescita che comporta un notevole impegno di risorse, richiedendo continuità di assistenza per periodi di lunga durata e una forte integrazione dei servizi sanitari con quelli sociali che necessitano di servizi residenziali e territoriali finora non sufficientemente disegnati e sviluppati nel nostro Paese. E nemmeno ben definiti nel Contratto di Governo sottoscritto dai due leader del Governo in carica. Come Associazione siamo favorevoli all’inclusione del medico nell’organico della struttura operativa per ciò che riguarda le cure mediche nelle residenze. Quanto al Contratto di governo poi ci sono altre cose da dire e che andrebbero discusse per l’incongruenza dell’idea.”

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Sappiamo che c’è un problema di scarsità di risorse pubbliche disponibili. Si dovrà fare un ampio ripensamento della politica dell’Assistenza a partire proprio dalle scelte di Governo? Cosa si può fare?

“La scarsità di risorse è l’esito di una programmazione sbagliata che non ha tenuto conto del trend della domanda di servizio e non ha messo a punto gli strumenti migliori. Ad esempio, sono state imposte regole complesse per l’accreditamento, per la gestione di posti in convenzione e sono state istituite forme di controllo molto rigide con un dispendio di risorse pubbliche e private non proporzionale al risultato, corroborando una mentalità di asfissiante burocratismo. Nessuno, al di la delle parole, ha mai fatto davvero qualcosa per evitare gli sprechi! E nessuno ha mai studiato il rapporto costi/benefici mettendo a confronto i risultati del Pubblico con quelli delle attività private. Le RSA pubbliche costano di più di quelle private ed è stato verificato che un posto letto di una RSA pubblica costa il doppio di uno privato. Le RSA pubbliche, inoltre, sono spesso considerate dei meccanismi di produzione di consenso a livello locale, finendo per diventare frequentemente bacini di raccolta di voti, grazie ad una certa elargizione di posti di lavoro o di altri vantaggi: come sarà dunque il rapporto costi/qualità in questi casi?

Inoltre, nello stesso periodo in cui avevamo proposto una ristrutturazione delle RSA, abbiamo lanciato l’idea della costituzione del  ‘Fondo Unico per la Non Autosufficienza’, sviluppato sul modello tedesco, a costo zero per lo Stato. Questa impostazione prevedeva di razionalizzare il dispendio di ore della Legge 104, la rimodulazione dell’indennità di accompagnamento costituendo tre scaglioni di indennità – non potendo essere più sostenibile l’universalità – e ponendo il limite della pensione a € 1.800,00. Durante la presentazione di questo progetto alcuni Sottosegretari lo hanno commentato dicendo: ‘bellissimo è l’uovo di Colombo’! Sono stato poi invitato a procedere, ma si trattava di una materia di competenza parlamentare. Successivamente, dopo altri convegni e dibattiti, è stato predisposto un Disegno di Legge che per varie vicissitudini dei governi è rimasto nei cassetti.”

L’Amministrazione è responsabile di assicurare un’organizzazione efficiente ed efficace, dunque è logico che debba poter scegliere il dirigente di fiducia. Questo succede in tutte le realtà. C’è un motivo perché non dovrebbe funzionare così anche nell’azienda pubblica?

“Gli amministratori dell’ASP saranno, forse, dei politici, come tali, per quel che si è visto in passato, tendenzialmente impreparati sulla nostra materia di lavoro e orientati ad interessi che possono anche non collimare con la qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’azione operativa. Questo non per le capacità delle singole persone, ma per il condizionamento che loro stessi ricevono da una realtà che poco ha a che vedere con un ambiente produttivo. L’uomo politico può anche avere delle ottime qualità e importanti competenze personali nel campo delle attività produttive, ma nella gestione di un ente sarà sempre prima di tutto un politico, un uomo che lavorerà per garantirsi il successo elettorale o la carriera all’interno del suo gruppo di riferimento.”

Dalle tue affermazioni discende la necessità di un ripensamento generale del Pubblico. Cosa si sta facendo oggi e cosa si dovrebbe fare?

“Stiamo parlando di servizi pubblici in quanto definiti e sostenuti, almeno in parte, dallo Stato attraverso le sue istituzioni.  C’è da dire che le aziende pubbliche sono troppo spesso compromesse da una gestione che cade nello spreco con un rapporto inefficiente tra costi e qualità del servizio. Prima di tutto il Pubblico, quindi, dovrebbe tralasciare la produzione dei servizi. Poi dovrebbe essere rivista la norma sull’ISEE. Questo istituto (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) è uno strumento che permette di calcolare l’accesso ai servizi a condizioni agevolate. Oggi però non risponde correttamente alle necessità di molti utenti che, di conseguenza, per la maggior parte restano fuori e danno così spazio e motivo per proliferare a quelle aziende che operano in modo non trasparente nel settore. Ci sono troppe realtà border line o, se vogliamo, abusive, che offrono una decina di posti letto senza nessuna particolare autorizzazione e nessun controllo. Poi non ci dobbiamo stupire se spesso si sentono notizie di casi di maltrattamento!”

Ti sembra necessaria una presa di posizione nuova degli organi di Governo? Pensi che ci siano novità interessanti all’orizzonte?

“Sì, certamente è necessaria un’entrata decisa del Governo nel settore per fare un’opera di ristrutturazione e di razionalizzazione del Settore. Rivedere il ruolo delle Cooperative e del cosiddetto volontariato che in effetti sono vere e proprie Aziende. Quello che ho letto nel Contratto per il Governo del cambiamento non mi pare convincente però.”

Nel Contratto che hai citato c’è un capitolo dedicato alla sanità in cui si parla dell’invecchiamento della popolazione e della cura della cronicità. Si danno anche alcune indicazioni, cosa ne pensi?

“Sì, è vero, se ne parla. Ma senza delineare concetti e programmi concreti se non ripetendo proposte già esistenti come le residenze a bassa intensità di cura e lanciando proclami buoni solo ad alimentare la parte più emotiva delle persone. C’è, per esempio, un’affermazione che non si può condividere, relativa all’opportunità di inserire una rappresentanza degli utenti ai vertici della struttura assistenziale, che sia diretta o mediata dai parenti. Dico che se si tratta di costituire dei comitati ospiti o un comitato parenti non c’è problema, tant’è vero che la creazione di simili organismi consultivi è già molto diffusa e ampiamente consolidata. Mentre, se si intende far entrare i clienti nell’organo esecutivo della struttura, non si può che essere del tutto in disaccordo. L’amministrazione della struttura non può far capo ai parenti da cui sono ben accette tutte le osservazioni ma non una sorveglianza dall’interno. Ci sono già i controlli ufficiali. Non è così che garantiremo il crescere della qualità, ma solo con uno sforzo economico maggiore da parte delle istituzioni pubbliche.”

 Ultimo punto: qual è l’elemento di maggior forza dell’ANASTE – associazione degli imprenditori del settore –  che ti ha riconosciuto per la settima volta il mandato triennale di Presidente Nazionale?

“Sì, sono al settimo mandato triennale di Presidenza in ANASTE. Ho avuto il primo incarico ormai nel lontano 2000. Nello stesso anno avvicendai la presidenza della Spagna nell’ECHO (European Confederation of Care Organisations) la Confederazione europea della Socio Sanità. Si sono intervallate altre presidenze, Belgio, Germania e Francia e, cambiato lo Statuto, sono stato rieletto Presidente, incarico che ancora ricopro. Ringrazio il Consiglio Nazionale dell’ANASTE che ha riposto ancora una volta la fiducia in me e spero di continuare ad offrire il massimo servizio all’Associazione. Nell’occasione mi è stata consegnata una targa, particolarmente gradita con la seguente motivazione: ‘Al Presidente Alberto De Santis per lo straordinario impegno ed eccezionali risultati da parte di tutto il Consiglio Nazionale’. 

Siamo un’associazione datoriale e curiamo i bisogni diffusi dei nostri Associati. L’elemento aggregante è il nostro Contratto Nazionale di Lavoro. Analizziamo le varie normative e realizziamo poi dei manuali applicativi che riguardano il nostro lavoro e che distribuiamo ai soci. Contestualmente facciamo molta formazione sia agli imprenditori, sia ai dipendenti. Ora ci stiamo occupando della L.231 e nel realizzare le linee guida teniamo conto delle differenti dimensioni delle Aziende,  quindi saranno impostate per tre livelli di strutture: aziende piccole, medie e grandi. Quelle più grandi hanno un’organizzazione complessa e completa e prevedono anche coordinatori e figure dirigenziali, mentre in quelle più piccole sono comunque presenti organi interni di responsabili delle singole aree o reparti. Attraverso i convegni nazionali e regionali diffondiamo la cultura gestionale e sensibilizziamo le varie figure professionali a prendersi costantemente cura degli ospiti affinché percepiscano una buona qualità di vita. Il ruolo dell’Associazione è strategico per il miglioramento dell’assistenza e di conseguenza della qualità percepita della vita. Nelle strutture si possono realizzare progetti di socializzazione e di integrazione tra gli ospiti che contribuiscono a colmare, a volte, la lontananza dei familiari. Il punto di forza della Associazione è la coesione tra gli Associati e i Presidenti Regionali e tra i Presidenti e la Presidenza nazionale così come tra la Presidenza nazionale e gli Associati.”

 

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