Crolla il ponte di Genova e con esso una parte d’Italia.

Una riflessione che ci tocca da vicino.

Pensavamo di riprendere le pubblicazioni il prossimo 22 agosto, ma un evento eccezionale e drammatico come il crollo del Ponte Morandi ci ha spinto a intervenire subito. La disgrazia di Genova risveglia dubbi ma ci può anche spingere alla speranza. 

Crolla il ponte Morandi e l’emozione che ci colpisce subito deve trovare uno sfogo.

Così immediatamente immaginiamo di essere là, nella campata centrale, nel momento in cui cede il pilone e incominciamo a cadere e ancora precipitare roteando in un volo senza fine. È una difesa psicologica che scioglie il dramma reale in una sensazione già provata tante volte, nei sogni dopo una cena indigesta.

Il secondo pensiero: “l’ho scampata bella… ci son passato tante volte anch’io”. E questa è la prima reazione alla disgrazia: io sono vivo!

Solo il terzo pensiero va a quella povera gente e ai loro amici e parenti. Idealmente ci uniamo al mondo intero nell’esprimere mentalmente le condoglianze a quei parenti e amici che per un momento li sentiamo un po’ come nostri.

Esauriti i preliminari emotivi si passa alle notizie concrete e la delusione non tarda a manifestarsi. Il ponte, nato per unire, diventa elemento di divisione di pensieri e interessi e i politici si precipitano e scalpitano e recriminano, trovano soluzioni prima dei tecnici e colpevoli prima della magistratura.

A questo punto una persona di normale intelligenza e dotata di sufficiente stabilità emotiva spegne o ignora la televisione e incomincia a pensare e a documentarsi, a tracciare un minimo di percorso funzionale alla comprensione dei fatti e delle altre implicazioni di un evento così drammatico.

Ci sono migliaia di ponti, migliaia di scuole e tanti altri fabbricati e strutture destinate ai servizi pubblici. In che condizioni saranno? Non possiamo tirare conclusioni, ma basta il fatto di essersi posti questa domanda per capire che sarebbe giusto aver paura ogni volta che ci mettiamo in macchina, ogni volta che un nostro ragazzo va a scuola o a fare un viaggio in treno.

L’amara considerazione è che spesso gli investimenti pubblici sono stati fatti seguendo una logica di vantaggio politico-elettorale del momento. Come mai il Ponte Morandi, già qualche anno fa, quindi a meno di cinquanta anni dalla costruzione, qualcuno diceva che dovesse essere abbattuto e ricostruito, mentre il Ponte di Brooklyn sostiene un traffico giornaliero enorme dopo oltre 130 anni? Progetto sbagliato? Esecuzione sbagliata? Manutenzione insufficiente? Forse è uno solo di questi motivi forse è una combinazione di tutti e tre, ma in ogni caso le responsabilità fondamentali sono a carico dei Governi che si sono succeduti, dal primo all’ultimo! I Governi hanno approvato i progetti, hanno appaltato i lavori di costruzione, hanno fatto o dovevano fare e far fare verifiche della sicurezza statica delle strutture e sempre i Governi hanno fatto le gare per la cessione in appalto della gestione delle autostrade.

Lasciamo pure che i governanti attuali cerchino di perseguire i responsabili, ma una cosa è certa, a parte qualche espressione colorita, nessuno si spingerà a fare il processo al passato perché non sarebbe possibile individuare responsabilità specifiche in un tempo così lungo e su decisioni assunte in modo così diffusamente condizionato da equilibri elettoralistici e da rapporti con la Finanza privata. Nessuno condannerà i veri colpevoli perché sono così tanti che è come se fosse l’intero Popolo Italiano… e in un certo senso lo è, se è vero come è vero che quei galantuomini li abbiamo votati noi!

ponte2

Con l’immagine dei monconi del ponte negli occhi e tanta tristezza nel cuore apriamo alcune riflessioni sui servizi sociosanitari che ci riguardano da vicino.

Certo lo stile di governo non cambia se cambiamo argomento e quindi non ci possiamo stupire se nessuno parla dell’evoluzione demografica con tutte le conseguenze sulla qualità di vita della nostra società negli anni a venire.

Non si è parlato di sicurezza della viabilità, che assicura lo spostamento delle persone e delle merci e interessa primariamente la popolazione attiva, figurarsi se si parla di quali soluzioni proporre per la popolazione anziana e disabile che nel prossimo ventennio raggiungerà numeri da far paura, ma avrà un peso elettorale meno che proporzionale.

E non ci possiamo stupire se gradualmente ma inesorabilmente il Pubblico esce dalla gestione operativa, perché, tranne i casi di modesta entità e d’interesse locale e qualche esempio di eccellenza, non ha strumenti operativi che rispondano davvero ai principi di efficienza ed efficacia.

Se non ci sono risorse per fare le manutenzioni e per costruire nuove infrastrutture funzionali alla crescita economica, potrà mai lo Stato trovare le risorse per fare manutenzione e costruire nuove strutture destinate ai servizi per gli anziani? 

Il fatto è che, nell’uno e nell’atro caso, le risorse  lo Stato non le ha, ma ci sono strutture industriali e operatori della finanza che hanno ingenti potenziali e società cooperative che a loro volta dispongono o possono trovare le risorse finanziarie necessarie.

Sia per le infrastrutture come strade, ponti e ferrovie, sia per le residenze destinate alla popolazione anziana e disabile, si passerà necessariamente attraverso gli appalti di servizio. Ben inteso, però che in futuro dovranno essere appalti “ben fatti”, nati per creare o migliorare i servizi… possibilmente senza secondi fini occulti.

Credo che l’appalto del futuro debba essere un momento di grande condivisione degli obiettivi, cioè dovrà soddisfare le esigenze del Governo, quelle dei destinatari del servizio e quelle dell’azienda privata che interviene. Inutile pensare che il Privato “faccia beneficienza”, deve poter guadagnare, ma non accumulare e concentrare ricchezze sproporzionate rispetto al rischio.

Un’idea che mi ha colpito, tra le tante che sono circolate a proposito delle concessioni a terzi di servizi pubblici, è che l’appaltatore debba essere un’azienda non profit che non distribuisca utili ai soci ma li reinvesta per intero nel miglioramento del servizio.

Per le strade e i ponti non so come potrebbe funzionare e lascio ad altri, ma per il nostro mondo sociosanitario, a seguito di quell’informazione, qualche idea m’è venuta e voglio condividerla.

Sulle prime ho pensato che la legge del terzo settore ha già fornito un indizio  in questo senso, ma poi, riflettendoci, ho capito che non basta. Assegnare appalti complessi che prevedono anche progettazione di strutture e sistemi organizzativi di tipo innovativo sarà un’attività che non deve trascurare nessuna potenzialità. Che l’appaltatore sia profit o non profit poco importa se le regole poste dal Governo (La Regione nel nostro caso, ma sarebbe meglio che fosse una legge dello Stato a deciderlo) sono chiare e il sistema dei controlli risponde a criteri di efficacia.

Un fattore importante sarebbe far entrare la concorrenza nel sistema di gestione. Non è problema da poco se si considera che al termine della procedura di gara c’è l’assegnazione per un determinato tempo con clausole che prevedono ovviamente penali e indennizzi in caso di risoluzione anticipata del contratto. Per questo sarà sempre difficile far valere il principio della concorrenza che funzionerebbe così: “Tu gestisci male, ti tolgo il servizio e lo assegno a un altro”. Prima di tutto non ci sono garanzie che l’altro funzioni meglio e poi l’indennizzo per la risoluzione anticipata farebbe cadere ogni velleità e l’appaltatore, consapevole della sua forza, continuerebbe a gestire e a macinare utili.

Ecco allora che si pensa al fatto che tutto andrebbe bene se l’appaltatore fosse un’azienda non profit, perché se fa utili questi vengono reinvestiti e non si crea quella sorta di ingiustizia che vede l’utente del servizi a rischio e l’appaltatore che accumula ricchezza in modo sproporzionato. Non mi convince molto perché, in ogni caso, sia pur senza l’ingiustizia della sproporzione tra rischio e guadagno, si perpetua la situazione di monopolio di fatto, che tutto farà tranne che far crescere la qualità.

Sembra che non ci sia una via d’uscita: Il privato profit potrà fare utili con danno e beffa dell’utente e il privato non profit vivrà in una zona di confort che, in assenza di stimoli esterni, gli permetterà di operare in un regime di qualità di routine. La beffa dell’utente c’è comunque!

La via d’uscita è creare le condizioni della concorrenza. Ciò è possibile in questo nostro mercato caratterizzato da una spiccata regolamentazione. Qualche regione ci ha provato istituendo il sistema dei vouchers ed è in quella direzione che bisogna procedere. Il fatto è che, fin tanto che non ci sarà un gran numero di operatori in gara e un numero di posti superiore a quelli richiesti, difficilmente ci sarà concorrenza e come sempre l’utenza si affiderà al “posto più vicino” o “dove è riuscita, finalmente, a trovare un posto”.

I problemi del futuro saranno molto articolati ed esisteranno almeno due categorie principali di servizio: quella che per comodità chiameremo della RSA e quella dei servizi innovativi ancora da individuare e progettare.

Per il servizio tradizionale di RSA abbiamo molte strutture pubbliche già appaltate a privati o che, alla fine, lo saranno. Negli stessi territori già esistono strutture del privato profit o non profit in qualche caso accreditate e in altri casi fuori dal sistema dell’accreditamento a volte  con prezzi proibitivi per la massa della popolazione.

Tutti i produttori di servizi devono poter essere accreditati. Aziende Pubbliche e Privati profit e non profit, se hanno strutture e organizzazioni adeguate, devono essere accreditati.

Ora si preferisce accreditare i posti delle singole aziende in base ai numeri previsti nei Piani di zona, ma in realtà così facendo si perpetuano le stesse situazioni di monopolio anche se mitigate dai controlli e dalla limitazione nel tempo dei contratti di servizio.

La strada è disarticolare le due funzioni, quella dell’accreditamento e quella del contratto che assegna il contributo.

  • L’accreditamento riguarda la qualità del fornitore, l’adeguatezza delle sue strutture e l’efficacia della sua organizzazione e l’auspicio è che sia possibile accreditare molti posti in più di quelli che sono necessari e/o che la Regione è in grado di sostenere con un contributo.
  • Il contributo regionale deve invece essere assegnato ai  singoli cittadini, in esito a una valutazione e a un  confronto dello stato di bisogno dei richiedenti.

Ogni Regione potrebbe scegliere i criteri di valutazione preferiti, ma il contratto di servizio lo dovrebbe comunque sempre stipulare col cittadino con la conseguenza che il cittadino potrà spendere il contributo regionale dove preferisce, nell’ambito delle aziende accreditate. Così farà la sua scelta in conformità a personali criteri come facciamo tutti nello scegliere prodotti e sevizi di altra natura.

Questa soluzione salva “capra e cavoli”

Il Privato non profit non potrebbe continuare a crogiolarsi nella zona di confort perché altri operatori mordono il freno, mentre il Privato profit non potrebbe più  accumulare utili a dismisura perché provocherebbe un grave danno alla qualità con conseguente perdita di clienti.

Se è vero che quello dall’assistenza sociosanitaria è un mercato controllato, dobbiamo ampliare e rendere efficaci le attività di controllo.

  • Il controllo sia dello Stato, per i requisiti strutturali e organizzativi del servizio
  • E sia  del cittadino utente che ha motivazioni personali e criteri di valutazione della qualità che nel loro complesso spingeranno l’intero sistema dei servizi verso il miglioramento.

(Prossimamente un capitolo sui servizi innovativi)

 

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